Ogni epoca ha valutato gli esseri umani con parametri diversi e negli ultimi tempi siamo passati da una società del fare a una società del dire intravedendo un futuro di una società della prova. Per secoli infatti si è stati riconosciuti per quello che si sapeva realizzare, si imparava un mestiere stando in bottega accanto a chi lo praticava e le parole servivano a spiegare e a tramandare, mentre l’opera finita confermava o smentiva il discorso senza bisogno di tanti commenti. Metto subito le mani avanti, rimpiangere quell’epoca sarebbe esagerato, visto che si lavorava spesso per necessità e di chiacchiere non è che ne circolassero poche.
Poi sono arrivati la rivoluzione del lavoro di concetto (prenditi la laurea che ti sistemi), i media, i servizi e infine i social e l’università della vita e la parola ha conquistato uno spazio che prima apparteneva più all’esperienza. Siamo arrivati al punto che oggi un progetto si presenta quasi esclusivamente con la sua narrazione e un’iniziativa con la sua presentazione, come se dichiarare di fare una cosa fosse già un modo sufficiente di farla.
Lo vediamo nel lavoro quotidiano, dove le riunioni servono a preparare altre riunioni e i report costano più tempo dell’attività che descrivono, e lo vediamo soprattutto e purtroppo in politica e nell’amministrazione della cosa pubblica, di ogni livello e di ogni colore, dove il taglio del nastro ottiene subito la ribalta mentre l’effetto sulla vita dei cittadini arriva anni dopo e di solito senza fastidiosi media a documentarlo. Nell’informazione il commento precede spesso il fatto verificato, perché dire la propria costa pochi secondi e controllare ne costa molti di più, e a scuola va bene chi sa esporre con sicurezza anche quando ne sa un po’ meno del compagno che parla piano.
Ognuno vive tutto questo a modo suo chiaramente secondo l’età, perché i ragazzi (e non solo loro) cresciuti con i social spesso costruiscono la reputazione con la presenza quotidiana e si ritrovano a raccontarsi come in un lavoro a tempo pieno, senza sapere sempre se sono bravi a fare qualcosa o soltanto a mostrarla, mentre chi ha quarant’anni o cinquanta è stato formato quando contava il risultato (più o meno) e oggi lavora in organizzazioni dove saper rappresentare il proprio lavoro pesa quanto il lavoro stesso, con la sensazione frequente che il mestiere valga meno delle sue slide. Gli anziani (devo capire in quale categoria rientro io, in effetti) hanno visto la prima fase da vicino e riconoscono ancora un lavoro fatto bene a colpo d’occhio, il che li lascia comunque esposti ai messaggi costruiti apposta per convincerli, dalle catene di WhatsApp ai finti operatori bancari. Cambia anche con il luogo, perché in una grande città l’anonimato lascia circolare amplificandola e a lungo una storia ben confezionata dato che nessuno sa chi abbia fatto davvero che cosa, mentre in contesti più piccoli come un paese è più facile che tutti sappiano chi ha costruito quella cosa o chi ha promesso senza mantenere, per cui la società della prova ci vive da sempre e funziona senza bisogno di app.
L’intelligenza artificiale cambia ancora il quadro perché rende quasi gratuito produrre testi e progetti ben scritti, e una lettera di presentazione curata o un piano strategico ordinato, che valevano come indizio di serietà perché richiedevano ore di lavoro, oggi li fa una macchina in pochi secondi, con il risultato che la bella forma ci dice molto meno sulla sostanza e che saper raccontare bene non basta più per distinguersi da chiunque abbia lo stesso aiuto. Si vede già a scuola (lo subisco da docente nella mia università), dove un elaborato scritto a casa dice meno di prima su ciò che lo studente sa e quindi il contatto diretto e interrogazioni ed esami orali riacquistano peso, e si vede anche nelle selezioni, dove un portfolio verificabile da fonti certe convince più di un curriculum levigato a suon di chatGPT.
Quando produrre parole non costa più niente, dire una cosa diventa una prova sempre più debole di averla fatta, perché chiunque può confezionare in pochi secondi un testo convincente. A quel punto il valore va a finire altrove, in ciò che si può controllare: un risultato che altri possono vedere e una persona che risponde con il proprio nome se qualcosa va storto. Resta un rischio, perché quando tutto può essere inventato diventa facile mettere in dubbio anche ciò che è vero, e basta dire che una foto è falsa per far sospettare di una foto autentica. Distinguere ciò che esiste da ciò che viene soltanto raccontato diventa così un lavoro vero, e qualcuno dovrà farlo.
Se le parole non costano più niente, la società della prova di cui parlavo all’inizio funziona soltanto se qualcuno controlla, e controllare tocca un po’ a tutti: a chi comunica, che farebbe bene ad affiancare al racconto qualcosa che si possa verificare, e a chi legge, che farebbe bene a chiedersi che cosa sia stato fatto davvero e chi risponda se qualcosa non funziona (compreso questo articolo, che a sua volta è soltanto un racconto). Una società può permettersi di discutere a lungo e perfino di sbagliare, ma a forza di confondere ciò che dice di essere con ciò che è finisce per perdere il contatto con la realtà, e il modo più semplice di non perderlo è tenere in piedi la verifica proprio ora che far finta costa così poco.
Tra il dire e il fare c’è sempre stato di mezzo il mare, e oggi le macchine lo attraversano in pochi secondi con una frase ben scritta: a noi resta il compito di controllare che dall’altra parte ci sia davvero qualcosa o qualcuno, sempre che non sia anch’esso artificiale.
